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| Il ponte coperto di Pavia (costruito sui resti del ponte degli antichi romani) |
Tanto tempo fa, quando ero ancora all'inizio delle mie ricerche sul VI secolo e sulla guerra gotica (535-552), mi imbattei negli accadimenti della calata in Italia dei franchi (539, anno più, anno meno).
Il quadro della situazione viene descritto molto bene da Procopio di Cesarea, il mio amato storico del VI secolo.
A quel tempo, gli abitanti di Milano avevano tradito i goti per aprire le porte ai romani e dichiararsi sudditi dell'imperatore Giustiniano. Naturalmente i goti non se ne stettero con le mani in mano e si recarono al gran galoppo a riprendersi la città, e tanto fecero che ne uscirono vittoriosi.
Certo, non si dimostrarono molto clementi con i traditori di Milano: massacrarono la popolazione maschile, diedero le donne agli alleati burgundi quale compenso per il loro aiuto e rasero praticamente al suolo la città, tanto che non ne rimase molto.
Da quello scontro entrambi gli eserciti uscirono piuttosto malconci: non solo lo schieramento sconfitto, ma anche i vincitori si ritrovarono notevolmente ridimensionati nei numeri.
Fu a questo punto che i franchi, i barbari più spietati d'Europa, già in contatto sia con i romani che con i goti per un eventuale intervento, col pretesto di venire in soccorso dei goti scesero in Italia dichiarandosi alleati, attraversarono gran parte dell'odierna Lombardia senza trovare ostacoli e, arrivati nei pressi del Ticino, travolsero le armate greco-romane e, non contenti, annientarono anche quelle gote, pensando così di conquistare con poca fatica territori che nessuno era in grado di difendere.
Alla fine, ai franchi non andò come avevano previsto, perché a causa delle malattie e della carestia, dopo aver perso un terzo del loro esercito, dovettero tornarsene a casa loro con la coda tra le gambe.



