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mercoledì 4 ottobre 2017

Cassiodoro Senatore

Cassiodoro, dal Codex Amianus

Chi ha un po' di dimestichezza col VI secolo non può non conoscere almeno di nome Flavio Magno Aurelio Cassiodoro Senatore (e badate, Senatore non sta a indicare la carica che occupava, ma era proprio parte del suo nome).

Cassiodoro, romano di nascita e figlio di una famiglia che da anni serviva il potere barbarico in Italia, ha avuto molti meriti nella sua lunga vita e anche oltre, visto che la sua attività viene ricordata durante tutto il medioevo, i suoi scritti legati ai suoi incarichi di corte sono tutt'oggi considerati una fonte storica di grande importanza e sulla sua personalità si basano i protagonisti di qualche scrittore o scribacchino.

Tra le sue più importanti esperienze, Cassiodoro ebbe quella di servire alla corte del grande Teodorico il goto e poi di suo nipote Atalarico con la carica di magister officiorum, una specie di capo dell'amministrazione pubblica, oltre che funzionario preposto alla gestione delle varie segreterie e del corpo militare speciale di corte.

venerdì 25 agosto 2017

Pentole, lupi e unni

Pentola antica ripresa da Artugna

Scrivendo dei racconti su un santo del VI secolo (provate un po' a indovinare quale!), mi ritrovai a usare un proverbio che ha a che fare con pentole e coperchi, per poi interrogarmi quasi immediatamente sulla plausibilità di una tale licenza: li usavano i coperchi a quell'epoca? E il proverbio? Non potrebbe forse venire più dalla tradizione contadina tardo-medievale, che non da quella tardo-romana?

Anche un altro amico, leggendo il testo, mi pose le stesse domande. E allora mi misi a cercare, cercare, cercare: cercavo una minuta testimonianza dell'esistenza del proverbio su pentole e coperchi che potesse risalire almeno almeno al primo medioevo.

Ho scoperto in questo modo le pentole in ceramica, i calderoni unni, i tegami e le olle, ma poco o niente al riguardo di coperchi e pentole.
Cosa ancora più irritante è stata lo scoprire che il proverbio sembra non avere età, e risalire alla sua origine sembra impossibile. Bella scoperta, direte voi. Ma per una che si diletta in ricerche più che strambe, l'assunto non è mai dogma.

Alla fine, un po' perché mi dispiaceva togliere la battuta delle pentole e dei coperchi, un po' perché in effetti di tanto in tanto si trovano tegami in ferro con coperchi databili al tardo impero, ho lasciato il mio testo come era e mi sono messa l'anima in pace.

Tuttavia la mia ricerca sui detti d'altri tempi ha portato dei frutti, anche se inattesi e di altro genere. Infatti, mentre cercavo di pentole e coperchi, sono approdata a testimonianze di un altro proverbio, altrettanto antico:

mercoledì 2 agosto 2017

Quanto barbaro era un barbaro?

Clash Of Clans

Da quanto non parliamo di storia?
Un secolo.
Oggi, allora, rimediamo.

Dovete sapere che sono giunta ormai all'ultima rilettura del mio manoscritto più sofferto, quello sui goti.
Quante volte ho già fatto l'ultima rilettura di questo testo?
...
Ne ho perso il conto.

Questo romanzo è complicato. C'è troppa storia per essere un romanzo qualunque, ma anche una struttura troppo complicata per essere letto come un normale romanzo storico alla Simon Scarrow o Ben Kane o, per farmi capire, un Valerio Massimo Manfredi.

La conclusione del discorso?
Esito a mandarlo in giro per il mondo perché so che poche case editrici potranno avere mai il coraggio di scommetterci sopra. A prescindere dal suo valore.

Prima di tutto, il periodo storico non è uno di quelli che fa gola.
Non siamo nell'impero romano delle legioni e dei centurioni e dei tanto amati schieramenti a testuggine. Siamo in un VI secolo abbandonato alla tirannia dei regni barbarici.
Avete presente? Quei graziosi figurini che cavalcavano mezzi nudi sui cavalli e bevevano sangue dal cranio del nemico, e si impomatavano le parrucche con grasso rancido di animale.

O forse i barbari non erano proprio così, e la mia descrizione un po' stereotipata non corrisponde propriamente alla realtà?
I barbari che governano l'Italia del VI secolo erano davvero tanto barbari, rozzi e crudeli?

lunedì 10 luglio 2017

Il romanzo storico: cosa ci voglio trovare?

Giordano Bruno, Campo de' fiori, Roma

Anni or sono, chiacchierando allegramente in una biblioteca di studi slavi orientali con un gruppo di colleghi-studenti di università, mi ritrovai ad esclamare un veemente:

"Hanno fatto bene a bruciarlo! Era un eretico!"

Un silenzio di tomba scese sulla sala ormai incandescente a causa delle non proprio pacifiche battute scambiate sul povero Giordano Bruno. Io per prima rimasi agghiacciata dalla mia uscita.
Ma, a dire il vero, non me ne pentii.
No, ancor adesso non me ne pento, e non perché io sia una pazza estremista cattolica che vorrebbe tornare alle inquisizioni e quant'altro, ma perché il mio punto di vista non era sbagliato: era storicamente pertinente.

lunedì 1 maggio 2017

Fisionomie barbariche

Moneta di Teodorico il grande, re dei goti

Assegnare ad un unno un ruolo in una storia offre al narratore un'ampia libertà di invenzione, in mille direzioni diverse. Scarse, infatti, sono le notizie che ci rimangono di questo popolo. Persino fare il punto sul loro aspetto fisico sembra un'impresa non banale.

Tutti gli studiosi li ritengono originari delle regioni della steppa asiatica centro-settentrionale, ma mentre alcuni li identificano come provenienti almeno originariamente dai monti Altai, e quindi molto simili per fattezze ai Mongoli, altri li associano a popolazioni iraniche.

Bene o male tutti hanno presente la fisionomia mongola: pelle piuttosto scura, occhi a mandorla, tratti facciali piuttosto massicci e schiacciati.

lunedì 24 aprile 2017

L'unno sulla Dora

Dopo gli Astronauti e i nuovi miti antichi, oggi vorrei tornare a chiacchierare dell'idea luccicante e del racconto come mosaico, considerazioni di qualche settimana fa. Proprio per seguire quelle idee vi mostrai una necropoli gota in riva alla Dora e due crani deformati artificialmente ritrovati sul sito, per poi passare alle deformazioni craniche artificiali e alla constatazione che gli ostrogoti adottavano questa buffa usanza, e che essa aveva preso piede tra la classe nobiliare ostrogota durante il periodo di soggezione agli unni, un centinaio di anni prima del loro arrivo in Italia.

Tutto questo per arrivare a dire che unni e ostrogoti avevano una stessa predilezione per l'arte di deformarsi il capo in modo da avere la testa a punta.

E a quel punto uno si chiede: e se in quella tomba non ci fosse stato un goto, o anche due, ma un unno?

Altrettanto, se non più facile ancora, è chiedersi: cosa ci fa un unno, abitante della steppa euro-asiatica, in Italia settentrionale e, per di più, in un villaggio goto?

Ok, la storia qui si fa interessante, perché uno crede di sapere tutto di questi strani popoli barbarici, e poi, invece, scopre altro, e altro, e altro ancora. Fino a rendersi conto che, in verità, quello che si sapeva era quanto meno impreciso. E anche un po' mitologico. Perché gli unni sono entità enigmatiche e complesse almeno quanto i fantomatici uomini di Atlantide: a detta delle testimonianze storiche c'erano, ma nessuno sa bene come fossero, da dove venissero, come parlassero, come scrivessero - sempre che lo facessero, e via dicendo.

Cosa si sa, con esattezza, di questi unni, allora?

lunedì 10 aprile 2017

Deformazioni craniche artificiali


Deformazione cranica artificiale, Wikipedia.

Lunedì scorso vi proposi questo trafiletto chiamandolo scintilla narrativa e dichiarandolo ispirazione di uno dei miei racconti:
La deformazione cranica artificiale evidenziata in questo individuo e in uno dei bambini, ottenuta con bendaggi applicati fin dall’età neonatale, è frutto di una pratica del tutto estranea in Italia e invece diffusa nell’Europa centro-orientale tra V e VI secolo.
La sorpresa nel leggere questa informazione è principalmente dovuta al fatto che l'usanza di deformare i crani dei nuovi nati non era una pratica culturale che i goti possedevano, almeno non all'origine delle loro migrazioni, quando dalle terre della Scandinavia approdarono alle coste meridionali del Baltico, verso il I secolo a.C.


Ma anche più tardi, quando il gruppo etnico originario si separò in visigoti e ostrogoti (seconda metà del III secolo), tale usanza non risulta far parte dei loro costumi, almeno a sentire le fonti. E, in effetti, tra le sepolture di origine visigotica nell'Europa occidentale non vi sono tracce di deformazioni craniche.

E allora, cosa è successo agli ostrogoti per convincerli a fasciare la testa ai loro nuovi nati allo scopo di farla diventare a punta?

lunedì 3 aprile 2017

Mosaici e narrazioni


Giustiniano imperatore, mosaico della chiesa di San Vitale, Ravenna.

Una delle forme artistiche che più mi affascinano da sempre è quella del mosaico. Accanto a quella dell'arte delle vetrate nelle cattedrali, certo. In entrambe, la cosa che mi cattura maggiormente è la capacità di creare giochi di luce e di colori partendo da un piccolo frammento monocromatico, a volte persino di scarsa bellezza. Eppure, quanto stupore e quanta meraviglia si genera nell'occhio di chi guarda, una volta messi tutti questi insignificanti frammenti insieme!
È allora che capiamo l'importanza delle cose belle per l'animo umano.

A pensarci bene, anche la narrazione è un mosaico. Tanti tasselli sparsi e riordinati sapientemente, di diverse sfumature e valore, eppure tutti fondamentali per il compimento dell'opera.
Così, come nel mosaico tipico bizantino abbiamo le tesserine dorate (che, guarda caso, vengono sempre utilizzate per gli sfondi, al fine di dare risalto all'immagine e creare uno spazio mitico intorno al soggetto), in una narrazione abbiamo l'idea luminosa che luccica e illumina la scena.

lunedì 27 febbraio 2017

L'ispirazione: da dove tutto prende inizio



Non so se succede anche agli altri autori, ma io rimango spesso incantata da come le storie si impongano di testa loro, senza chiedere il permesso. E credo che proprio per questo loro carattere misteriosamente anarchico l'autore, ad un certo punto del ruminar meditativo che gli è proprio, arrivi a chiedersi:
  • da dove nasce la storia? 
  • il narratore: come si colloca rispetto alla sua narrazione?
Domande che non per tutti hanno la stessa valenza, e che spesso vengono lasciate in sospeso, magari giudicate persino riflessioni inutili.

Eppure qualcuno non solo prova a rispondersi, ma ci crea addirittura una concezione della scrittura che poi trasuda nei testi. Non mi riferisco solo ai grandi scrittori del passato, quelli che scrivevano per trasmettere il loro messaggio al mondo, ma anche ad autori a noi più contemporanei.
Per me è celebre il ragionamento sulla narrazione e sui personaggi di Stephen King, ad esempio. E non perché considero i suoi lavori "patrimonio dell'umanità", anche se devo riconoscere che ci sa fare, ma perché, in base alle risposte che si è dato, ha elaborato una concezione del processo creativo che potrebbe essere definita tranquillamente visione poetica. Cosa rara per un narratore di un genere minore come l'horror.
Vi risulterà strano che le opere di Stephen King che mi affascinano di più siano proprio quelle in cui si rispecchia maggiormente questa sua visione?

E allora, perché non provare anche noi a speculare, con umiltà, sulle stesse domande? Tanto per fare due chiacchiere, niente di più.

Si potrebbe iniziare dall'inizio, richiamando citazioni celebri alla mente.

lunedì 13 febbraio 2017

Arriva il crepuscolo


Come inaugurare al meglio il blog appena nato se non con un sano spot pubblicitario?

E allora mettetevi comodi, ma non troppo: non durerà che un momento.



E' disponibile ora, in ogni libreria digitale, il racconto lungo Arriva il crepuscolo di Anna D'Alessio. Pubblicato da Delos Digital, lo potete acquistare al modico prezzo di un caffè (o forse due? Quanto costano i caffè da voi?). Immergetevi in questa avventura raccapricciante, sospesa tra reminiscenze medioevali e tinte orrifiche. 
Ok, non mi guardate male, per mestiere vorrei fare la scrittrice, non la pubblicitaria.

Ma, in soldoni, mi si chiederà, di cosa parla questo Arriva il crepuscolo?

Ebbene, tutto ha inizio da una sconfitta su un campo di battaglia. Dei soldati franchi cercano rifugio in una foresta che si accoccola lungo il basso corso del Reno. Ma non si tratta in una foresta qualunque. Perché parliamo di una torbiera, piena di pozze stagnanti e acquitrini. E di creature in agguato, non dimentichiamocelo, a volte in carne e ossa, e a volte solo in ossa.


venerdì 10 febbraio 2017

Finito




Ecco qua.
Finita la prima stesura.
Di cosa?
Be', niente, di un romanzo riguardante un periodo pressoché sconosciuto della nostra storia, che si aggira intorno al secolo VI. Il 500, appunto.

Storie di re ed eroi, imperatori e macchinatori, e barbari, tanti barbari. Ma non vi preoccupate, avremo tempo per parlarne più avanti, con molta calma.
 
Ma ora? Cosa si fa, adesso che il manoscritto è finito?


Tutti, ma proprio tutti gli scrittori, presunti o reali, suggeriscono di lasciarlo stare, farlo cuocere nel proprio brodo, lontano dagli occhi e dal cuore per almeno almeno quattro-otto settimane. Io questa fase l'ho già passata, e potrei dire di averlo davvero finito, questo benedetto romanzo, se non fosse che sia convinta che una buona ultima rilettura non faccia mai male. E quindi, altre quattro-otto settimane di attesa, tanto per scordarsi un pochino almeno le virgole, per poi ricominciare a leggere ad alta voce, sottolineare, sostituire, e cose del genere.
Quindi, ancora una volta impacchetto il file, gli appunti e tutto il malloppo di documenti raccolti alla rinfusa, li getto in un antro remoto della mia chiavetta, ne faccio una copia da qualche parte perché, si sa, non si sa mai, e non ci penso più. Per qualche mesetto ancora. Va be', facciamo qualche settimana.

E nel frattempo?